Essere Aperti: Una via di uscita dalla sofferenza

agosto 15th, 2017 | Posted by Somesh Valentino Curti in Articoli Interessanti
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21 Settembre 2017, di Somesh Valentino Curti

 

“Non scopriamo la saggezza dei nostri sentimenti
perché non li lasciamo finire il loro lavoro;
cerchiamo di reprimerli o di disfarcene prematuramente
non riconoscendo che sono un processo di creazione che, come la nascita,
inizia con del dolore e finisce con un figlio”
– Alan Watts

 

L’Uomo-Uccello

La nostra natura primaria è quella di essere aperti e liberi emotivamente. Un bambino nei suoi primi anni di vita è semplicemente sé stesso, completamente vulnerabile, pieno di fiducia e capace di amare. Non ha vergogna, paura o una opinione su di sé o sugli altri. Non conosce bassa autostima, depressione o ansia, perché è in contatto con le proprie emozioni e le esprime senza alcuna costrizione. È completamente sano psicologicamente e vivo: Pura e innocente accettazione.

—- Questo è il modo in cui veniamo al mondo e come possiamo lasciarlo, se ricominciamo ad aprirci nuovamente verso la nostra vera natura. Ma quello che ci accade nel frattempo è, nella maggior parte dei casi, una storia decisamente diversa. È importante per tanto chiederci: Perché soffriamo? Perché sentiamo paura e ci arrabbiamo cosi spesso? Perché proviamo ansia, vergogna, bassa autostima o addirittura sviluppiamo problemi psicologici più gravi?

Prima causa della sofferenza: coprire il dolore emotivo 
La risposta a tutte queste domande risiede nel rapporto che abbiamo con il dolore emotivo. Quando siamo bambini o in condizioni di vulnerabilità psicologica e/o fisica, e siamo feriti emotivamente o non siamo amati abbastanza, non possiamo permetterci di rimanere aperti e di provare, allo stesso tempo, il dolore emotivo. È insostenibile. Pertanto, la natura ci fa rinunciare temporaneamente alla nostra apertura e ci fa sviluppare una sorta di benda emotiva intorno al dolore. Il primo strato di questa benda è costituito principalmente dalla paura e dalla rabbia. Queste emozioni agiscono come guardie del corpo che, isolando o sopprimendo il dolore emotivo, creano un apparente senso di separazione.

Seconda causa della sofferenza: strategie di controllo 
La società moderna Occidentale non dá un vero e proprio sostegno nell’ affrontare dolore, rabbia e paura, e nel trovare un modo per tornare al nostro sé naturale e aperto. Questo perché è basata principalmente su dinamiche di potere e di controllo, che portano solo ad evitare o trascurare ancora di piú questi sentimenti. In questo contesto, siamo spinti a sviluppare un secondo strato di bendaggio che è fatto di diverse strategie di controllo. In pratica, incominciamo ad evitare o manipolare le situazioni esterne che potrebbero risvegliare il nostro vecchio dolore. Le due posizioni principali con cui possiamo identificarci sono chiamate “Accettatore” e “Rifiutatore”:

> Accettatore: Fa sempre quello che vogliono gli altri per non essere rifiutato e quindi sentire dolore. Esempi: “Faccio tutto quello che vuoi”; “Per favore, resta con me”; “Non lasciarmi”; “Ho bisogno di te”; “È colpa mia”

> Rifiutatore: Spinge gli altri via da sé o si isola, per fare in modo di non sentire le sue ferite emotive. Esempi: “Faccio solo quello che voglio!”; “Vá via!”; “Lasciami solo”; “Non ho bisogno di te”; “È colpa tua”

Come si sviluppa la sofferenza 
Quando una di queste posizioni diventa la nostra principale, incominciamo a contrarci e a ritirarci emotivamente. Sviluppiamo in questo modo un altro strato di sofferenza fatto di diversi sintomi psicologici, quali: Sentimenti depressivi o ansiogeni, comportamenti dipendenti, bassa autostima, co-dipendenza o isolamento, colpa e vergogna, problemi psicosomatici ecc.

Di solito approcciamo in modo negativo i nostri sintomi, applicando lo stesso approccio difensivo che li ha causati in primo luogo: cerchiamo di liberarcene. Se proseguiamo in questo modo, ci inoltriamo ancora di piú in una spirale di sofferenza e i sintomi psicologici diventeranno disturbi psicologici, quali: Depressione, ansia, dipendenze, ecc. È come una benda che, troppo a lungo su una ferita, inizia a produrre una infezione.

Un esempio di una spirale della sofferenza 
Luigi è un mio cliente, ha 24 anni e viene dall’Italia. Si è sentito solo molte volte quando era piccolo perché si sentiva trascurato e svalutato dai suoi genitori e dalla sorella. Oggi Luigi si trova in una situazione per cui, quando la sua fidanzata, che vive lontano, esce con i suoi amici o parla con un altro uomo di fronte a lui, inizia a sentire il suo dolore originale e per reazione difensiva si arrabbia con lei.

A lungo andare questa rabbia lo ha portato a non essere in grado di dormire quando la sua ragazza esce. Di conseguenza ha iniziato a sviluppare una dipendenza dal fumare la marijuana per sopportare rabbia e dolore e affrontare i problemi di sonno. Questa è diventata una routine quotidiana.

Dai sintomi ai sentimenti 
È importante capire che i sintomi, come nell’esempio di Luigi, non sono contro di noi, ma funzionano come un allarme; ci aiutano a renderci conto che ci stiamo muovendo troppo lontano dalla nostra vera natura come apertura. Invece di fuggire, l’invito è quello di viverli e di cercare di capirli in profondità, perché hanno il codice di accesso ai nostri sentimenti. Potete porvi queste domande riguardo a ciò che considerate essere i vostri sintomi, ad esempio:

> Che cosa è questo sintomo?
> Quali situazioni presenti lo attivano?
> Da dove viene?
> A quali episodi della mia infanzia questo sintomo potrebbe essere correlato?
> Che cosa sta cercando di dirmi? Ecc.

Quando fate questa investigazione, prendetevi del tempo e respirate profondamente. Non si tratta tanto di cercare in modo attivo le risposte, ma più che altro di porre la domanda e di mettervi nelle condizioni di ricevere le risposte. Con il tempo, i sentimenti e le intuizioni arriveranno spontaneamente.

Dalla spirale della sofferenza alla spirale della guarigione 
Nell’avvicinare i sintomi e i relativi sentimenti interrompiamo una spirale di sofferenza e ci apriamo verso una spirale di guarigione. È fondamentale includere nella nostra esperienza di vita i sentimenti e le emozioni perché ogni volta che li rifiutiamo, in realtà non facciamo altro che rifiutare noi stessi come siamo in quel momento, e quindi questi sentimenti cercano poi di trovare altri modi per essere ascoltati. È  importante capire che non bussano dall’esterno per entrare, ma dall’interno per essere riconosciuti.

Praticare l’accettazione 
All’inizio la via di ritorno al nostro sé naturale può implicare della pratica nello stare presenti con le nostre emozioni e nell’esprimerle a livello esperienziale. Il modo più diretto ed efficace è quello di utilizzare il corpo in diversi esercizi di respirazione, di movimento e nell’emettere suoni. Personalmente guido le persone utilizzando un tipo di terapia ad orientamento emozionale e corporeo che chiamiamo Terapia di Rilascio Emotivo.

Il principio fondamentale di questa terapia è che all’interno di ogni emozione e sentimento, positivo o negativo, pulsa la nostra forza vitale. Se ci permettiamo di sentire l’emozione e la lasciamo esprimersi, diventiamo una cosa sola con la nostra forza vitale. Che gioia e felicità nel sentirsi di nuovo vivi! Il nostro corpo diventa più leggero e forte, il respiro si apre e la nostra mente non è più nebulosa ma chiara e priva di preoccupazioni.

Essere nuovamente aperti
Una volta che cominciamo ad accettare i nostri sentimenti profondi in modo continuativo, sperimentiamo un crescente e più stabile senso di soddisfazione e felicità. Anziché essere impegnati a controllare o manipolare ciò che sentiamo, incominciamo a capire piú in profonditá che ciò che chiamiamo sentimenti negativi sono parte integrante della vita e per questo degni di essere sentiti.

Questo è un momento importante perché cominciamo a comprendere, più o meno consapevolmente, che essere aperti è il nostro stato naturale. Nell’apertura e nella condivisione non possiamo non essere felici! Se continuiamo ad approfondire la comprensione della nostra natura, inizieremo a sperimentare una autentica autostima che, nel tempo, puó evolvere in una sorta di “stima della vita”: Un profondo senso di fiducia e di apprezzamento per come la vita si prende cura, giá magnificamente bene per conto proprio, delle cose che accadono.

 

“Sei in un malinteso nel rimanere aggrappato al sentirti bene e male.
Trascuri ciò che ami veramente nel mezzo di qualsiasi sentimento buono o cattivo”
– Dolano, Maestro Zen

 

 

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Se volete contattarmi: info@expat-therapist.com

 

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4 Responses

  • Patrick Harraghy says:

    A well written article as usual. Keep up the good work.

  • Elmerando MOres says:

    Thank you so much that beautiful and therapeutic article.

    How does nature reflects openness? Look at the flowers and see the beauty they possess, to be able to fulfill their role as flowers; they are meant to be open. In case you see a flower, e.g., a rose who failed to open up, you will be surprise that there is a little insect alive inside trying to eaten up the rose.

    I guess, i is the same way with human emotion. Whatever that emotion is, it needs to be expressed, be recognized and be given a name, As a consequence, your emotion becomes your best friend. If not, that emotion, will turn to become your worst enemy, and it will lead you to pain and suffering.

    The natures way of being open, is reminding how to be free emotionally and physiologically.

  • Sheila Kleinmann says:

    I enjoyed this article – very well written – easy to follow

  • Thank you for this informative and insightful article on suffering and how we can work through it and reconnect with ourselves.



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