Un problema chiamato “Felicita’”

gennaio 7th, 2014 | Posted by Somesh Valentino Curti in Articoli Interessanti
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21 Gennaio 2014, by Somesh Valentino Curti

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Quando studiavo psicologia all’universitá, non potevo immaginare che come terapeuta avrei dovuto affrontare un problema chiamato “Felicitá”.

Questo misterioso oggetto sembra essere indispensabile a tutti e, sia che lo otteniamo o no, ci mette comunque in difficoltá.

“Ho un problema… sto diventando felice!”

Una volta una cliente mi ha detto all’inizio di una seduta: “Ho un problema… sto diventando felice!”. Potete immaginare il senso di sbigottimento che ho provato! Ha poi continuato spiegando, che da quando era diventata piú consapevole dei suoi bisogni profondi, aveva iniziato a cambiare la sua vita, e da quel momento a non riconoscersi piú. Si era sentita persa senza la sua amica “Infelicitá”, dopo cosí tanto tempo passato insieme. Le cose stavano andando in una nuova direzione, e non sapeva come affrontare questo cambiamento, di cui era sempre stata alla disperata ricerca.

Un altro cliente mi ha confidato quanto gli piacesse il suo problema di bassa autostima, perché lo rendeva interessante a sé stesso e a chi come lui vive lo stesso stato d’animo costante. Si trattava di una vera e propria questione di identitá, su cui aveva investito la sua intera vita, e trovava difficile lasciarla andare, anche se lo rendeva infelice.

Che cosa é successo?

Queste due persone ci fanno da specchio nel mostrare quanto siamo attaccati, come esseri umani, al nostro consueto modo di vivere, anche se ci fa soffrire. Siamo spaventati infatti dal lasciar andare ció che conosciamo, per aprirci a quello che non conosciamo, perfino se ci puó far star bene. Questa dinamica ha origine, secondo me, da un concetto sbagliato di felicitá, che è profondamente radicato nella nostra societá.

Pensiamo che la felicitá sia un obiettivo da raggiungere, la conseguenza naturale delle nostre prestazioni sociali, lavorative, sessuali, genitoriali, relazionali e cosí via. Sembra essere qualcosa che ci manca e che non pensiamo faccia parte della nostra natura. In questo modo, ci condanniamo da soli, perché inconsciamente asseriamo che siamo infelici e che dobbiamo fare qualcosa per diventare felici.

Questo tipo di felicitá nasce dalla realizzazione delle nostre aspettative e desideri superficiali. Una forma di appagamento che cerchiamo nel mondo esterno, e che ci dá alla fine solamente soddisfazioni temporanee. Quello che accade poi è che diventiamo dipendenti dal mondo esterno, per poter ottenere questa cosiddetta “felicitá”. Ma possiamo ancora chiamarla cosí?

Il lavaggio del cervello

Ritengo che si tratti di un vero e proprio condizionamento derivato da come è orientata e strutturata la nostra societá, partendo proprio dalla famiglia in cui siamo cresciuti.

Genitori e parenti, anche con buone intenzioni, trasmettono, consciamente o inconsciamente, i loro sogni e progetti non soddisfatti e le loro aspettative alle nuove generazioni, perché li realizzino al posto loro.

“Non voglio che fai i miei stessi errori!”

“Non ho potuto studiare, tu puoi farlo!”

“Lavoro molto per darti una vita migliore!”

Questo spiega perché le nostre relazioni sono sempre un caos! Quando due individui si incontrano, non abbiamo una coppia, ma bensí due veri e propri gruppi di persone! Infatti portiamo sempre con noi: genitori, zie, zii, amici, film che abbiamo visto, libri letti, pubblicitá, ecc. Tutto questo determina la nostra visione di che cos’è la felicitá e di come raggiungerla nelle relazioni.

Lavoro e scuola

Questa stessa dinamica è presente in tutti gli ambienti lavorativi e scolastici che frequentiamo. Sono questi i posti in cui rimaniamo intrappolati nell’idea che siamo quello che produciamo. I voti a scuola, lo stipendio lavorativo e le promozioni non sono considerati delle semplici espressioni del nostro comportamento, ma bensí dei veri e propri determinanti di quello siamo e di come ci dobbiamo sentire. La conseguenza è che iniziamo a credere che la nostra felicitá e infelicitá siano determinate dai riconoscimenti esterni che possiamo ricevere o meno.

Anche vivere all’estero e viaggiare sono esperienze basate sulla ricerca della felicitá. Emigriamo per diverse ragioni: per cercare nuove sfide e avventure; per avere lavori migliori, universitá migliori, societá migliori… felicitá “migliori”!

Una felicitá piú autentica

Quando iniziamo ad entrare in un contatto piú autentico con noi stessi, emerge naturalmente un tipo di felicitá piú profonda. Si tratta della felicitá che sentiamo, ad esempio, quando facciamo attivitá che ci piacciono veramente, quando viviamo delle relazioni significative o quando soddisfiamo i nostri bisogni piú profondi.

Si tratta di un bellissimo passo nella direzione giusta, perché ci rende piú veri verso noi stessi, meno attaccati ai condizionamenti sociali e quindi piú liberi. Questo tipo di felicitá implica prendere dei rischi: scegliere la via sconosciuta invece di quella conosciuta, l’avventura al posto di una vita confortevole, il nuovo per il vecchio. Ed è qui che i miei due clienti si sono bloccati. Stavano iniziando a cambiare la loro vita, in sintonia con i loro bisogni individuali e piú profondi, ma si sono spaventati quando si sono ritrovati a dover prendere decisioni importanti. In quel momento, l’infelicitá è diventata, inconsciamente, un’amica verso cui essere fedeli.

Oltre la paura

Per quello che mi riguarda, anche se siamo spaventati, dobbiamo sempre guardare avanti e mai indietro. Se anche ci sono le paure, non dobbiamo seguirle.

Quello che ci blocca nel muoverci, sono gli strati su strati che ci portiamo dietro di fiducie tradite, paure instillate, bisogni non soddisfatti, aspettative e ferite aperte. Quando iniziamo a lasciarle andare e a creare il nostro nuovo modo di vivere, iniziamo a muoverci nella direzione giusta.

Una ricerca assuefacente

Quando iniziamo a goderci le nostre autentiche scelte di vita, ci sentiamo molto piú soddisfatti e forti. Affrontiamo molte difficoltá sul nostro cammino, ma non ci importa, perché ne vale la pena.

Il problema a questo punto è che ci potremmo impantanare nel “trip” di voler cercare sempre di migliorare qualcosa di noi stessi o del nostro progetto di vita. È qui che diventiamo dipendenti dalla terapia, dai training di empowerment, dai corsi di meditazione, dalle attivitá sportive, ecc. Ci fanno sentire bene e crediamo ancora una volta che siano queste cose esterne ad essere la fonte reale del nostro appagamento. Il rischio è che diventiamo dipendenti da un tipo di vita, basato sul cambiare continuamente noi stessi. Come un cane che si morde la coda, ci identifichiamo con il “trip” della ricerca della felicitá interiore.

Lasciar andare i concetti

Come avete potuto notare, come esseri umani, abbiamo sviluppato molti concetti su che cos’é la felicitá, e spendiamo la nostra intera vita cercando di raggiungerla.

Ma cosa succederebbe se smettessimo di cercare la felicitá? O ancora meglio, che cosa succederebbe se lasciassimo andare l’intero concetto di felicitá?

Inizieremmo ad avvicinarci ad un modo d’essere che ha in sé stesso una felicitá naturale. Si tratta di un senso di contentezza e appagamento sottile e innato, che appartiene ad ogni essere vivente, come diretta espressione della vita in sé. “Essere” è sufficiente.

É uno stato d’“Essere”

Se non sapete di cosa sto parlando o se ve ne siete dimenticati, osservate i bambini nei loro primi anni. A quell’etá non sono altro che una naturale espressione della vita, sono totalmente aperti e fiduciosi. I bambini non sanno che cosa sia l´autostima, eppure ce l´hanno! Non sanno che cos´è la felicitá, l´amore e la fiducia e hanno pure queste cose! Non cercano di essere innocenti e liberi, perché lo sono e basta! I bambini non hanno aspettative, solo bisogni di sopravvivenza: amore, cibo e calore. E vi accettano per quello che siete, senza condizioni e senza un´opinione rispetto al vostro aspetto fisico, ai vostri comportamenti e alla vostra personalitá.

Non abbiamo bisogno della felicitá per essere felici

Sforzarsi per raggiungere la felicitá ci impegna tutta la vita. Siamo abituati a concepirla come qualcosa che cerchiamo di afferrare, ma che non otteniamo mai veramente. Questo modo di vivere è “conveniente” perché e ci dá la convinzione di sapere che cosa stiamo facendo.

Essere veramente in contatto con una felicitá naturale fa paura, perché implica il lasciar andare le nostre aspettative e l’accettare che cosa la vita ci porta, nel bene e nel male. E magari, in questo modo, la felicitá si puó rivelare con la risatina innocente e leggera, che avevamo quando eravamo bambini.

Ringrazio Tessa Nagtegaal per il contributo e il supporto per l’articolo
 
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Se mi volete contattare: info@expat-therapist.com
 





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